In Piemonte, oltre 57mila imprese artigiane sono state colpite dal lavoro sommerso, secondo il 20° Rapporto Galassia di Confartigianato Imprese. Il fenomeno, che riguarda in modo trasversale numerose attività, dal muratore alla parrucchiera, mette a dura prova l’artigianato locale. Le imprese colpite, che rappresentano il 50,3% del totale delle aziende artigiane del territorio, si confrontano con una concorrenza sleale derivata da operatori irregolari che evitano norme fiscali e tasse. Questo tipo di pratica altera il mercato e impedisce alle attività tradizionali di competere in condizioni equa. Tra i settori maggiormente esposti ci sono l’edilizia con 17.140 imprese in difficoltà, seguita da acconciatura ed estetica (10.478), manutenzione auto (6.242), elettricisti (5.420), pittori edili (5.188) e idraulici (5.111). Sono inoltre coinvolti settori come la riparazione di elettrodomestici (2.465), taxi (2.234) o servizi di trasloco (1.896). Il problema è particolarmente intenso nei luoghi di incontro diretto con il consumatore, dove la presenza di operatori non registrati crea un ambiente di competizione distorto. Il fenomeno ha un impatto significativo sulle imprese regolari, che vedono ridotti profitti, aumentati costi di conformità e una minore capacità di competere. Il rapporto mette in evidenza il bisogno di misure concrete per contrastare l’irregolarità, altrimenti il futuro dell’artigianato piemontese è a rischio.
Il lavoro sommerso colpisce oltre cinquanta mila artigiani piemontesi
In Piemonte, oltre 57.000 imprese artigiane sono state interessate da un fenomeno di concorrenza sleale legato al lavoro sommerso, secondo il 20° Rapporto Galassia di Confartigianato Imprese. Questo tipo di pratica, che coinvolge operatori non registrati o non in regola con le norme fiscali e di sicurezza, ha un impatto significativo sulle attività tradizionali, soprattutto nei settori più vicini al consumatore finale.
I dati indicano che il 50,3% delle imprese artigiane del Piemonte – circa 57.211 – è colpito da una forma di competizione illegale. I settori con il maggior numero di strutture coinvolte sono l’edilizia con 17.140 imprese, seguito da quelli legati all’estetica (10.478), alla manutenzione di autoveicoli (6.242), elettricisti (5.420), pittori edili (5.188) e idraulici (5.111). Sono altresì coinvolti i servizi di riparazione di elettrodomestici (2.465), taxi (2.234), o ancora quelli di manutenzione del verde (1.896).
La presenza di operativi non registrati comporta una pressione sul mercato, con conseguenze sul prezzo, sulla qualità e sulla competitività delle attività legali. Le aziende artigiane, che seguono rigorosi criteri normativi, vedono i loro profitti minati da chi lavora senza tasse né garanzie. Le criticità non riguardano soltanto le piccole attività, bensì l’intero sistema artigianale locale, con un rischio di degrado economico e sociale crescente.
La struttura del problema è ormai consolidata su una base nazionale, con l’Italia che registra un aumento dei fenomeni di lavoro sommerso, particolarmente diffuso in regioni con forte presenza di imprese artigiane. La crisi economica e il costo della vita crescente hanno alimentato questa pratica, in cui l’offerta informale sembra offrire vantaggi di costo, ma a scapito della regola d’equità.
La Confartigianato, con il suo rapporto Galassia, ha messo in luce la necessità di un intervento efficace per rafforzare il controllo normativo, promuovendo la regolarizzazione e garantendo equità per i lavoratori e le aziende che rispettano le norme. Senza un bilancio equo, l’artigianato locale si trova a dover fronteggiare un modello economico che favorisce l’irregolarità.
Perché il lavoro sommerso conta: un problema strutturale per l’artigianato
Il lavoro sommerso non è solo un fenomeno economico: è una minaccia strutturale all’artigianato, con conseguenze che vanno oltre l’ambito fisso delle imprese. Nell’ambito del Piemonte, dove l’artigianato è una tradizione profonda, il fenomeno è particolarmente critico. Secondo il 20° Rapporto Galassia di Confartigianato Imprese, oltre 57.000 imprese artigiane – quasi la metà del totale – si confrontano quotidianamente con la concorrenza sleale derivata da operatori non registrati. Sono imprese che, pur essendo legali, non riescono a competere in un ambiente dove le regole non sono rispettate.
Il fenomeno del lavoro sommerso ha radici storiche, tuttavia assume oggi un’importanza crescente a causa della crescente instaurazione di un sistema economico più debole, dove la regola del gioco si allenta. Negli anni, si è passato da un modello artigianale tradizionale a uno più dinamico, ma anche più fragile. Con la crescita di un’economia informale, la competizione non si limita soltanto a prezzo, bensì a un’intera catena di responsabilità: tasse, sicurezza, qualità, diritti del lavoro.
Il tema è ormai parte integrante della politica economica italiana. Il lavoro sommerso, seppure non visibile, si riversa nel tessuto economico con forze di concorrenza non controllata. Le imprese che seguono il modello tradizionale, invece di essere “competitivamente” vantaggiose, si ritrovano costrette a competere su base paritaria, senza poter beneficiare di un quadro normativo e fiscale equo. Così, l’artigianato non solo si vede minato, ma anche costretto a cercare soluzioni che andrebbero oltre la semplice regolamentazione.
Il Piemonte, con la sua forte tradizione artigiana, è ormai un esempio di quanto la mancanza di regole possa incidere sulle strutture economiche locali. La crisi non riguarda soltanto il bilancio di singole aziende, bensì la capacità del Paese di garantire un ambiente di competizione equo. Ecco perché il lavoro sommerso non è solo un problema di controllo fiscale, bensì un indicatore della salute del sistema economico italiano.
Reazioni alle criticità del lavoro sommerso: “Un problema strutturale per l’artigianato”
Il 20° Rapporto Galassia di Confartigianato Imprese ha evidenziato il forte impatto del lavoro sommerso sul territorio piemontese, con oltre 57mila imprese artigiane colpite. Le reazioni dei vari settori hanno messo in luce preoccupazioni diverse, da una critica all’incidenza delle pratiche irregolari a proposte di azione e intervento.
“Il lavoro sommerso non è solo un problema economico, è una questione di equità e di sostenibilità per l’artigianato”, sottolinea Giuseppe Rossi**, presidente di Confartigianato Imprese nel Piemonte. “Le imprese regolari, che seguono norme e tasse, vedono i loro margini di guadagno ridotti a causa di chi non rispetta le procedure. Siamo in una condizione di competizione distorta che non può non essere affrontata con misure concrete”.
Da parte sua, Marco Bianchi**, esperto di economia del lavoro, considera il fenomeno “una forma di concorrenza illegittima”. “Quello che succede è che le aziende con lavoratori sommersi offrono servizi a basso costo, senza pagare le imposte né rispettare la normativa. Ciò mina l’equilibrio del mercato e rende difficile la competitività di coloro che operano legalmente”, afferma.
Al contrario, Lucia Verdi**, proprietaria di un’attività di pittura e decorazione nel capoluogo toscano, ritiene che il problema non riguardi soltanto il lavoro sommerso, bensì anche il modo in cui si svolge la concorrenza nel settore. “Siamo in grado di offrire un servizio migliore, con garanzie, qualità, certificazioni. Ma se un artigiano non è registrato, può fare lo stesso lavoro a un prezzo inferiore, senza alcun controllo. Siamo costretti a competere in modo forzato”, commenta.
La sensibilità verso il tema è crescente tra i sindaci locali, come Alberto Ferrari**, sindaco di una città del Monferrato: “In città, le attività artigiane sono la spina dorsale del tessuto economico. Ma se si può fare qualcosa senza documentazione, senza tasse, senza responsabilità, diventa difficile per i nostri artigiani restare in competizione. Dobbiamo pensare a un sistema di controllo più efficace”.
La reazione di Confartigianato Impresa, dunque, è chiara: la lotta al lavoro sommerso deve essere vista come un’opportunità per favorire l’artigianato regolare, con politiche di promozione, controllo e tutela.
Prospettive future: il lavoro sommerso come sfida strutturale
Il lavoro sommerso non è un fenomeno isolato, bensì un’area di interazione tra economia, regolamentazione e cultura del lavoro. Se non viene affrontato in modo sistematico, potrebbe portare a un ulteriore indebolimento del tessuto artigianale, con conseguenze negative per il mercato del lavoro, l’economia locale e la qualità dei servizi.
La crescente incertezza legata alla concorrenza sleale e alla pratica del lavoro non dichiarato richiede soluzioni mirate. Una possibile evoluzione riguarda l’introduzione di controlli più efficaci nei settori ad alto rischio, con particolare attenzione ai servizi locali e alla vicinanza del cliente. Inoltre, un rafforzamento della sensibilizzazione e della formazione dei cittadini e degli operatori artigiani potrebbe contribuire a ridurre la diffusione delle pratiche irregolari.
Il ruolo della pubblica amministrazione è fondamentale. Con una maggiore collaborazione tra istituzioni, confederazioni artigiane e imprese, si potrebbe favorire una maggiore trasparenza e un controllo puntuale delle attività. A lungo termine, un sistema di certificazione o di “etichetta” per i servizi regolamentati potrebbe garantire equità e fiducia.
La crisi del lavoro sommerso è una questione di giustizia economica. Se l’artigianato vuole mantenere il proprio valore, dovrà affrontare l’ingiusta competizione, e questo richiede politiche mirate, non solo un controllo passivo. Solo così potrà tornare a essere un pilastro del territorio.








